Giorgio Falco: Grip

Vitas_Gerulaitis

08 ott Giorgio Falco: Grip

Da ragazzino, il mio tennista preferito era Vitas Gerulaitis. Statunitense di origine lituana, durante la sua carriera ha sfidato, negli anni Settanta del Novecento, soprattutto Borg, Mc Enroe e Connors. Non è stato un fuoriclasse come gli altri, era sprovvisto di colpi straordinari ma sapeva fare bene un po’ di tutto, era veloce negli spostamenti laterali e in avanti. Così ha vinto parecchi tornei, tra cui gli Open d’Australia nel 1977. Sognavo di essere Vitas Gerulaitis anche a causa di un gesto ossessivo che lo rendeva unico: ogni due game, durante la sosta per il cambio di campo, si accomodava sulla sedia e sorseggiava velocemente un po’ d’acqua; a volte nemmeno beveva, stringeva la racchetta tra le mani e iniziava a srotolare il grip, il nastro adesivo che avvolge il manico. Con gli occhi assorti in quella specie di rito, Vitas Gerulaitis srotolava tutto il nastro; il manico, a quel punto, era diverso da ciò che eravamo abituati a vedere, e tuttavia manteneva qualcosa di ciò che era stato pochi istanti prima, somigliava a uno strano essere spellato dal macellaio: allora Vitas Gerulaitis arrotolava un nuovo grip. Ero felice quando il regista televisivo decideva di ignorare il pubblico sulle gradinate – non ancora divenuto parte integrante dello spettacolo – e insisteva sull’immagine del tennista intento a cambiare il nastro. Non esistevano ancora, almeno in Italia, spot pubblicitari durante il cambio di campo, così potevo gustarmi tutta l’ossessione di Vitas Gerulaitis. Grip, oltre che impugnatura, vuol dire padronanza, dominio, controllo. Ma significa anche fitta, dolore. Vitas Gerulaitis avvicinava la bocca alla racchetta e socchiudendo gli occhi staccava con i denti il grip dal rotolo, serrandolo al manico.

Questo accadeva alla fine degli anni Settanta a Roma, a Parigi, a Londra, a New York, ma vista la cura del tennista nel compiere il gesto, sembrava appartenere a un manufatto dell’umanità distaccato dal contesto, fuori dal tempo, come quando da bambini era possibile rimanere seduti per ore su un gradino con un rametto in mano, e in quel presente assoluto eravamo assiri assonnati, etruschi all’ora di pranzo, sanniti euforici dopo la vittoria sui romani, indiani intenti ad affilare frecce; eravamo tutte le storie del mondo, e soltanto un intervento esterno – il richiamo dei genitori – poteva ricondurci ai doveri quotidiani, alla catena del tempo misurabile secondo i parametri consueti. L’arbitro di sedia diceva nel microfono, time, sollecitava la ripresa del gioco, riportando così il cambio del grip all’interno del cronos. Vitas Gerulaitis si alzava, camminava verso la linea di fondo, in attesa di battere o di rispondere. La sua abitudine ci aveva indicato qualcosa, un tentativo di riflessione indispensabile, un processo sistematico di archiviazione, presa di coscienza dello spazio e del tempo, cosa fosse possibile compiere all’interno di essi, anche l’illusione di minuscole correzioni; era un tipo di riscrittura qualitativa degli scambi appena terminati, per scinderli dalla quantità, dal peso del punteggio, a prescindere che fosse favorevole o sfavorevole; non era un rito propiziatorio per gli scambi imminenti e neppure una semplice previsione, ma il tentativo di vedere, codificando i prossimi gesti non tanto dentro l’auspicio di punti vincenti, quanto attraverso l’icona di quel nastro dispiegato e poi avviluppante, il modo in cui la materia è vista nell’immagine. Ciò che pareva davvero contare, non erano i punti conquistati o persi, ma la concatenazione con la quale ogni scambio si legava a quello seguente, il rapporto, la connessione continua con ciò che consideravamo il presente.

“Gli utensili sono trasformazioni di movimenti”, scriveva Simone Weil, la cura del nastro di Vitas Gerulaitis era anche questo. Il tennista viveva nel gesto il tempo successivo, caratterizzato dal caos – rimbalzi irregolari, folate di vento, abbaglio del sole, improvvisa variazione di luce, bravura dell’avversario, propri limiti – che Vitas Gerulaitis tentava di decifrare quando tutto pareva calmo, un po’ come William Eggleston e Stephen Shore nelle loro due celebri fotografie: ritratti di puzzle da ricomporre, che ci dicono qualcosa su chi siamo proprio nel passaggio dalla forma frammentata a quella ricomposta.

 

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“Io vivo di ciò che voi non sapete di me”, ha detto Peter Handke. Parafrasando Handke, possiamo dire che, come tutti gli sportivi pronti a confrontarsi con i propri limiti fisici e psichici, con il confine del proprio corpo, Vitas Gerulaitis viveva di ciò che ancora non sapeva di se stesso, il modo in cui gli dèi sfuggenti agiscono nel kairos. È morto a quarant’anni, in una stanzetta newyorkese, a causa delle esalazioni provenienti da una piccola stufa. Così dicono le cronache ufficiali, la narrazione che vuole condensare in un giorno ciò che accade, come fosse causato da qualcosa di specifico e assoluto, come se esistesse davvero il momento decisivo.

Ma questa lettura dell’ossessione di Vitas Gerulaitis può essere considerata ancora parziale. Forse il tennista ci ha suggerito anche qualcosa di più. Non è una questione legata alle corde o alla testa della racchetta, non è nemmeno il grip del manico, e neppure il braccio o la mano di un uomo precipitato dallo spazio in una zona intermedia; è forma che non è passato né futuro, sfrigolio più profondo anche della caducità del presente, della consapevolezza del dolore per la consunzione dell’invisibile, di ciò che viviamo: imprigionato dentro il cuore di una pallina da tennis è nascosto l’atomo, un volume grande e vuoto, distante e indifferente a noi e a se stesso, l’universo.