Marco Delogu: Abbandonarsi nel “Presente”

Paul Graham:  Diptych from "The Present"

08 ott Marco Delogu: Abbandonarsi nel “Presente”

In un mondo in costante e repentina accelerazione, la pratica fotografica – i cui meccanismi di produzione e di distribuzione sono ormai pressoché immediati – si presenta come arte privilegiata per fissare, definire e osservare il “presente”. Spogliando quindi la fotografia tanto della nostalgia legata al ciò che “è stato”, quanto dell’ansia provocata dalle trasformazioni del domani, emerge un tempo dell’esperienza che è quello proprio del sentire e del vivere. Riflettere su questo tempo presente significa quindi guardarsi intorno e comprendere lo spazio che ci circonda, rivolgersi a quest’oggi irripetibile, posizionarci al centro di questo universo e indagarne i legami che costruiscono il mondo come noi oggi lo percepiamo, lo osserviamo e quindi lo viviamo.

L’affermarsi della società del controllo come un elemento pervasivo del nostro vivere contemporaneo ha prodotto forme estreme di auto-controllo che si rivelano la causa di una perdita dello stesso [1], mostrandosi come una malattia endogena del nostro tempo. Per poter riprendere possesso della nostra vita si rivela allora necessario rifiutare a priori quest’ossessività e guardare il presente come una possibilità per abbandonarvisi, scevri di ogni altra prigionia. La diffusione delle tecnologie, lo spostarsi dal mondo minerale a quello binario degli strumenti di produzione e la condivisione immediata e pressoché globale grazie allo svilupparsi del mondo dei social network, ci hanno dato la possibilità di “guadagnare tempo”, ma è un guadagno che abbiamo subito perso in favore di un consumo bulimico. Abbandonarsi allora al presente vuol dire rallentare questi tempi, espandere l’attimo della fotografia in un momento infinito. Questa sorta di abbandono è di fatto un lasciarsi andare che crea le premesse per poter coltivare e mescolare tra loro storie, racconti, geografie e tutto quanto ha a che fare con la vita e ciò con la fotografia risulta estremamente efficace.

In fotografia, sopratutto se si pensa a quella staged, tutto appare come un processo accurato di controllo: c’è la pianificazione, la messa in posa, la regolazione dei valori della macchina fotografica e c’è lo scatto, a cui seguono la produzione e l’editing con finalità diverse. Ma è la parte dello scatto quella che tra tutte (ma lo sono anche le altre) è più suscettibile ad imprevisti che superano la possibilità del controllo assoluto e saranno questi a distinguere una buona fotografia da una fotografia non riuscita. Accettarlo significa liberare la fotografia e comprendere che “(…) una fotografia è una fotografia, nient’altro che una fotografia: Non è un testo ma nemmeno un commento, non è un oggetto né un concetto, non ha valore intrinseco, non parla, non suona, non cola o si svuota o sporge o evapora o viene mangiato, non fuoriesce da se stessa, non ha dimensioni date ne temporalità, (…) Le cose che appaiono nella sua immaginaria cornice, anche se si riferiscono a ciò che è stato e non sarà più, appaiono per la prima volta nella storia del mondo” [2].

[1] Si veda per approfondimento il testo di Stefano Velotti, Il presente della fotografia e la dialettica del controllo, contenuto in questo stesso blog.
[2] Edoardo Albinati, Forte del limite, in FOTOGRAFIA – Festival Internazionale di Roma I Edizione: La Memoria, Roma, Bruno Mondadori, 2002.