Josef Koudelka: Teatro del tempo

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Gli uomini stanno alle città come la carne allo scheletro. Senza di loro gli edifici, i muri sono il telaio spettrale di una radiografia al torace. Questa, e così, è la città scarnificata dal fotografo Koudelka, che l’ha aspettata come in agguato all’alba, quando essa è anatomia, raschiata dai suoi cittadini, asciutta, è solo storia scaduta, un’edilizia esausta di ospitare.

 

Vedo le mura e gli archi

e le colonne e i simulacri e l’erme

torri degli avi nostri

ma la gloria non vedo

 

Questo sputò fuori dai denti per invettiva di deluso, Leopardi. Non la vedeva perch’era ricoperta, ingombra, di vita appoggiata alle mura, stravaccata addosso al monumento, all’ara, infilata nei Fori, accampata sotto gli acquedotti. (…) Il fotografo la scoperchia, è straniero per questo, il suo mirino non si lascia confondere e commuovere dall’ennesimo strato di abitanti sopra e sotto lo sfondo. Li cancella. Aspetta che siano fuori campo e poi fissa, come un reagente di laboratorio, la spudorata gloria, la lebbra cronica, celeste, secca della città di Roma.

Testo di

Erri De Luca

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MACRO, XV edizione