Kai Wiedenhöfer: Wallonwall, Photographs and Frontiers at the City’s Borders

About This Project

 

2003-2012, quasi dieci anni per fotografare otto fra le più grandi frontiere esistenti al mondo. 6386 kilometri di linee tirate nel mezzo di Baghdad e della Corea, fra Stati Uniti e Messico, linee che isolano l’enclave di Ceuta e Melilla dal Marocco, che rigano Israele e i Territori Occupati, che spaccano in due Belfast o Nicosia (Cipro). Linee che hanno diviso, fino al 1989, la Germania. Gli scatti di Kai Wiedenhöfer cominciano qui, l’anno della caduta del muro, in bianco e nero a Potsdamer Platz, dal berretto di un gendarme. Dopo poco più di dieci anni l’inquadratura si allarga, si co- lora e registra un altro presente: le nuove barriere nate dopo la caduta del muro di Berlino e i vecchi muri che non crollano.

 

Anche se la guerra contrae il tempo dello scatto, sono inquadrature lente quelle di Kai Wiedenhöfer. Hanno poco a che fare con l’“istante decisivo” del reportage, e sono più vicine a quegli “istanti infiniti” in cui il presente si immobilizza, come nelle fotografie di Andreas Gursky o di Bernd & Hilla Becher: lunghi istanti di posa in cui le ombre di tetti e comignoli si stagliano sul muro di Bryston Street (Belfast, 2006) o le fenditure del cemento armato danno a vedere il cielo del confine (Berlino, 2009). Il formato panoramico misura le lunghezze dei muri, l’estensione delle barriere. L’obiettivo contiene la vallata tutt’intera, dove il muro serpeggia e il paesaggio è interrotto dalle curve dei blocchi di cemento – case bianche da un lato, grigie dall’altro. Dove barattoli, sacchi colorati e detriti hanno lo stesso peso specifico delle case in lontananza di Shu’fat (Territori Occupati, 2008).

 

Muri a confronto che, nel rigore dell’inquadratura, mostrano la loro forza simbolica e la loro inefficacia. Apparentemente neutre, una in fila all’altra, queste fotografie di cemento armato, lamiere, filo spinato, palizzate, reti, circuiti elettrici, cancelli, rivelano la messa in scena del potere. Ma registrano anche quel che se ne fugge: un albero bianco dietro i bidoni nel mezzo di Nicosia (Cipro, 2012) o una striscia di sole che valica la porta stretta e quasi irreale che si apre nel muro di Bil’in (Territori Occupati, 2010).

 

Esposte nel 2013 sull’ala Ovest del Muro di Berlino con il titolo Wallonwall, queste panoramiche “fuori formato” disegnano a Roma un grande progetto di arte pubblica che occuperà le mura perimetrali delle carceri di Rebibbia e Regina Coeli. Muri su muri, per interrogarsi sulla funzione e sul paradosso della loro esistenza dopo il 1989, in un tempo in cui si erigono nuove barriere a difesa della “nostra” Europa e le frontiere liquide divengono il fossato del Mediterraneo.

Curated by

Maddalena Parise / lacasadargilla

Category
MACRO, XIV edizione