Paolo Pellegrin: Sevla

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Quarantanni fa moriva Pier Paolo Pasolini, schiacciato sotto una macchina a Ostia. Pensate cosa può essere per un poeta, scrittore e molto altro, morire, sacrificato, in una località chiamata Ostia. Roma è piena di località dai nomi forti e singolari.

 

(…) Ecco la danza macabra: Malnome, Malpasso, Malafede, Malagrotta, Valle Oscura, Passoscuro, Fosso Sanguinara, Femminamorta, Pantano dell’Intossicata, Campo di Carne, Ponte del Diavolo, Cessati Spiriti, Fontana del Bandito, Quarto de l’Impiccati, Coccia di Morto, Valle della Morte, Colle delle Forche, Canale del Morto, Canale del Mortaccino (una lavorazione più elaborata), Cavallo Morto, Lestra della Morte, Caronte, Piscina della Tomba, Pantano dell’Inferno(…). [1]

 

Paolo Pellegrin è nato a Roma, è romano, ma ha lasciato da tempo la sua città. Ora deve tornare per interpretarla con tutta la libertà che vuole. Conosce quei nomi, forse non tutti, ma conosce quei nomi, toponimi. Ritorna nella sua città e trova una famiglia a accoglierlo, subito, con calore. Quei nomi, toponimi terribili, escono dalla sua testa; il calore di Sevla, capofamiglia, li ha cacciati via. Paolo torna in città e trova una grande famiglia, torna in famiglia si potrebbe dire, ma c’è di più. Paolo non entra dentro le mure, si tiene fuori dalla grande storia di Roma. Non cerca la grande città, le sue stratificazioni nel corso dei secoli, millenni. È difficile per un romano confrontarsi con la bellezza, è difficile riferirsi a Colosseo e Fori, le piazze e la statuaria, Rinascimento e Barocco.

 

Paolo ha visto molto mondo, ma non entra in città, rimane ai margini. Lavora su una famiglia, sul senso di famiglia. Gli avevo chiesto di lavorare sulla sua città, e lui sceglie di lavorare su una famiglia della sua città, che diventa immediatamente “la famiglia”. Tornato dopo anni a lavorare sulla sua Roma, sceglie simbolicamente di raccontarla attraverso una famiglia romana di adozione, di scelta, desiderio.

 

Il lavoro di Paolo è concentrato sul mondo in costante cambiamento, in lotta per i bisogni veri, le guerre, i conflitti sociali, le grandi migrazioni. E qui sta la chiave del lavoro: a prima vista sono rimasto sorpreso di questo osservare “fuori le mura”, del non entrare in città, del restringere a una famiglia la sua “commissione roma”, ma presto ho capito che quella scelta fosse realmente un punto di forza: la difesa di un modo di vedere, il cambiare punto di vista. Mi spiego meglio: da anni esiste una tensione, tra il lasciarsi andare o il riferirsi sempre a una storia esterna, tra una personale visione e “il lavoro su commissione” (in questo caso la Commissione Roma è uno strano caso geografico dove la libertà è massima), tensione che spesso definisce un confine tra fotogiornalismo e autorialità, così come lo definì tra letteratura e giornalismo. È un campo delicato pieno da una parte e dall’altra della tensione, di autori interessanti. Con questo nuovo lavoro Paolo ci sorprende, niente di sensazionale, niente di scontato o già visto (e su Roma è difficile). Porta la sua visione del mondo nella sua città di appartenenza, di nascita, “usa” la commissione Roma, per indagare il concetto di famiglia, la scelta, in libertà, di vivere insieme.

 

La sua è un’operazione di condivisione forte con i protagonisti delle sue immagini: Paolo fotografa la famiglia perché, dal primo momento che ha visto Sevla, ha sentito un sentimento di appartenenza; ricambia tutto con la sua storia fatta di immagini.

 

[1] Valerio Magrelli, Il viaggetto, L’Obliquo, Brescia 1991.

Curated by

Marco Delogu

Category
MACRO, XIV edizione